Feeds:
Articoli
Commenti

Archivio per la categoria ‘Open Source’

In occasione della migrazione a Windows 7,  api – anonima petroli italiana ha consolidato tutta l’infrastruttura dei desktop aziendali (oltre 1000 utenti)  sulla piattaforma VERDE di Virtual Bridges – distribuita in Italia da MythosTech) utilizzando le tre modalità di VDI Gen2 fornite dal software di virtualizzazione:

  • VDI (per gli utenti nelle sedi fisse di Roma, Falconara e altri uffici in Italia);
  • LEAF per tutti gli utenti in mobilità;
  • Cloud Branch fra le sedi principali di Roma e Falconara.

Tutte le workstation sono state sostituite da moderni ed economici thinclient introducendo – oltre a un considerevole risparmio energetico – una decisa riduzione della complessità di gestione dei singoli end-point.

Sono numerosi gli elementi che distinguono VERDE dalle altri soluzioni di virtualizzazione, ma forse il più caratteristico è l’ampio uso di software open-source, compresa l’adozione dell’hypervisor KVM – presente ormai in tutti i kernel Linux di ultima generazione – e l’impiego del protocollo multimediale SPICE per il collegamento lato client (Virtual Bridges è membro dell’Open Virtualization Alliance).

Il deployment realizzato da API SpA prevede l’esecuzione della piattaforma VERDE da un cluster di 5 server IBM ad alte prestazioni (sistema operativo Linux SLES 11) a Roma e 3 server a Falconara. Questa infrastruttura così composta è in grado di erogare tutti i desktop virtuali per gli utenti aziendali, compresi quelli in mobilità. La modalità LEAF di VERDE infatti prevede l’installazione dell’hypervisor lato client per consentire ai laptop di eseguire le macchine virtuali localmente.

Per maggiori approfondimenti, scarica il Case Study (pdf).

.

Read Full Post »

Partecipando ieri al seminario “Dall’Io al sè – La cerca della felicità e la sua simbolica” organizzato dal Centro Studi Mythos a Bracciano, la relazione di Biancamaria Alberi sugli aspetti sociologici della ricerca della felicità mi ha portato a conoscenza di una stupefacente realtà che in qualche modo accende una luce di speranza nell’oscuro mondo della globalizzazione: l’indicatore Gross National Happiness adottato dallo stato del Buthan.

Il Buthan è un piccolo stato himalayano incastonato tra Cina e India, alle pendici delle vette più alte del mondo che potrebbe rappresentare oggi la realizzazione di quello Shangri-La ideale immaginato da James Hilton nel suo romanzo Orizzonte Perduto.

Nel 1972 il suo re Jigme Singye Wangchuk ideò il concetto di FIL sostenendo che “la felicità interna lorda è più importante del prodotto interno lordo”. Nel suo bizzarro modo di intendere le cose, il FIL (che gli anglofoni chiamano GNH, Gross National Happiness) rappresenta un indice alternativo al PIL, fin qui da tutti utilizzato, per misurare il grado di benessere di una nazione. Il FIL non si limita a valutare il livello di reddito (e di consumo) di una nazione, ma introduce una serie di parametri che lo affiancano arricchendolo, come il livello d’istruzione, l’accesso all’acqua potabile, la sanità gratuita, la percentuale di persone che usufruiscono del sistema fognario, l’aspettativa di vita, la qualità dell’ambiente, il tasso di criminalità. Tutto questo sembrerebbe ovvio, visto che, non necessariamente, un aumento del reddito costituisce di per sé un miglioramento della qualità della vita.

Infatti non sappiamo cosa farne di un aumento di stipendio se poi siamo costretti a spenderlo per difenderci dalla criminalità, o per acquistare medicine per curarci dai danni dell’inquinamento ambientale.

Ma non è solo questa la ragione dell’inadeguatezza del PIL. Il PIL – infatti – annichilisce l’uomo e la sua centralità, riconducendo la figura umana a un’unica dimensione, quella economica. Secondo i parametri occidentali basati sul PIL, il Bhutan risulterebbe essere una delle nazioni più povere della terra; in realtà lì nessuno muore di fame, non esistono mendicanti, né criminalità, il 90% della popolazione ha accesso gratis alla sanità e all’istruzione pubblica.

Anno dopo anno, il Buthan ha messo insieme un indicatore completamente diverso, che ha al centro la felicità, un concetto che certo include anche il benessere economico, ma va ben oltre. “Il FIL si basa su quattro pilastri. – ha spiegato Lyonpo Jigmi Thinley, primo Ministro del Buthan – L’esistenza di uno sviluppo economico equo e sostenibile, che include l’istruzione, i servizi sociali e le infrastrutture, in modo che ogni cittadino possa godere degli stessi benefici di partenza; la conservazione ambientale, che per noi è particolamente importante visto che viviamo in un Paese che solo per l’8% ha un suolo utilizzabile per l’agricoltura; la cultura, intesa come una serie di valori che servono a promuovere il progresso della società; e infine il pilastro su cui si fondano tutti gli altri, il buon governo“.

Nel 2008 il re ha abdicato lasciando il trono al figlio, non più un trono da monarca assoluto, ma costituzionale. Il FIL insomma ha aperto le porte alla democrazia. Questo processo graduale ha portato benessere vero nel Paese: nell’ultimo censimento, infatti,  si è detta molto felice il 52% della popolazione, felice il 45%, non molto felice solo il 3%.

La ricchezza reale del Bhutan è che ci sentiamo umani“, dice Tshewang Dendup, un laureato presso la University of California, Berkeley, che ora lavora al Bhutan Broadcasting Service.” Forse siamo geograficamente un po’ isolati dal mondo, ma ci sentiamo parte di una comunità vivente che non è solo collegata con dei fili. Ecco perché il 95 percento di noi studenti di scambio torna a casa. In generale, dobbiamo ammettere che la gente qui è felice“.

La ricerca individuale di felicità e di libertà interiore ed esteriore è lo sforzo più prezioso.” ha dichiarato Thinley “Una politica ideale  dovrebbe perciò promuovere questa impresa. Ciò che è necessario è chiedersi come i drammatici cambiamenti del 21° secolo influenzeranno le prospettive di felicità e come la tecnologia dell’informazione influenzerà la felicità delle persone“.

.

Fonti:
The Telegraph.
La Repubblica.
Frontline World.

Read Full Post »

Ho trascorso – molti anni fa – 18 mesi in Marina Militare, subito dopo la laurea. Avrei potuto lavorare quell’anno e mezzo e invece no, lo Stato mi obbligava a svolgere il servizio di leva.

Ma oggi il nostro caro Governo stabilisce che quei 18 mesi in cui non ho lavorato (scansafatiche!) li dovrò comunque lavorare dopo, altrimenti niente pensione! Ma come? Prima lo Stato mi toglie un anno e mezzo di lavoro garantendomi con una legge che quel periodo sarà recuperato, e poi invece ritratta tutto e mi chiede di lavorarlo da vecchio?

Personalmente ritengo questa misura una vigliaccata: infatti i milioni di italiani che hanno prestato il servizio militare non lo hanno fatto per libera scelta ma per un obbligo solennemente sancito dall’articolo 52 della Costituzione, che prevede espressamente che i cittadini sottoposti all’obbligo di leva non debbano subire discriminazioni per quanto concerne la posizione di lavoro. In questo modo invece, con la modifica approvata nella manovra-bis, tutti quelli che sono stati obbligati a svolgere il servizio militare sono fortemente discriminati per quanto riguarda il periodo lavorativo ai fini pensionistici.

Mi sento ingannato e tradito dal mio stesso Stato. Ho voglia di boicottare tutto.

Read Full Post »

Un brevissimo brano dalla colossale opera teatrale “Mahabharata” di Peter Brook. Yudhishthira è sulle rive di un lago e risponde alle domande di Dharma (suo padre) che lo interroga dalle acque. Un colloquio di grande insegnamento…

Read Full Post »

Oggi ho avuto qualche minuto libero per dare un’occhiata al Conto Consuntivo per l’anno 2010 della Camera dei Deputati, pubblicamente disponibile a questo link  e forse avrei fatto meglio a non farlo, avrei certamente trascorso una serata più serena…

Le cifre saltano agli occhi con tanti zeri, e occorre rileggerle bene per convincersi che siano veramente quelle: milioni e milioni di euro. I capitoli di spesa assommano a ben oltre il miliardo di euro, senza calcolare le “partite di giro”, cioè i soldi che lo Stato versa alla Camera per poi versarli a terzi (es: le ritenute fiscali e contributive).

Molto interessante è la Categoria 1 del Titolo I: Spese correnti – Deputati. Il totale è di circa 165 milioni di euro (sì, milioni), compresi 31 milioni di Rimborso spese di segreteria (ma dove comprano le penne? Da Bulgari?). Altrettando curiosi sono i Capitoli di Spesa n. 10 e 20, relativi ai Deputati “cessati dal mandato“, i quali ci sono costati altri 139 milioni tra vitalizi e rimborsi di viaggio.

Laddove potrebbero invece essere munifici, ad esempio nei contributi per Borse di Studio – cap. 145 -  hanno dimostrato di avere il braccino corto, investendo la piccola somma di 275mila euro tutti a favore di una sola Fondazione Carlo Finzi.

Insomma, a scorrere queste cifre ce n’è da divertirsi per diversi giorni e talvolta lo spasso è così incalzante che occorre sospendere la lettura e riprenderla dopo aver adeguatamente rilassato lo spirito.

Una delle cifre più stonate è stata quella delle spese per il software (cap. 245 – Conto Capitale) 7,5 milioni che vanno a sommarsi a quelle per la manutenzione del software stesso (cap. 60, Spese Correnti) 2,8 milioni per un totale di oltre 10 milioni di euro in un anno che fanno la gioia di Microsoft e l’umiliazione di tutte le comunità di sviluppo Open Source nel mondo. Ricordo che Paesi come la Francia, la Germania e la Spagna fanno ampio uso di software Open Source, selezionato attraverso stringenti requisiti di qualità, di efficienza e di risparmio. Altri criteri di selezione leciti non ne conosciamo.

E dopo aver speso oltre un miliardo di euro avendo dato ben poco in cambio al Paese (a parte una moltitudine di gossip, di processi penali e di figuracce), si sono presi una bella vacanza estiva.

Read Full Post »

Io quest’anno non ci vado, in ferie.

Non ci posso andare, grazie alla pressione fiscale dello Stato sul mio reddito; grazie alla pressione contributiva dell’INPS che – allungando i tempi della pensione – spera sempre che io muoia prima di richiedere il giusto ritorno di quello che ho pagato per tutta la vita; grazie alle “addizionali” comunali e regionali sulla misera busta paga; grazie agli “studi di settore” che mi fanno pagare tasse anche su ciò che non ho guadagnato.

Ma “loro” si sono presi oltre 40 giorni di ferie, chiudendo il parlamento da domani fino al 12 settembre!

Abbiamo già visto dalle statistiche e dalle presenze in città che quest’anno sono molti gli italiani che hanno rinunciato o ridotto il proprio periodo di vacanza a causa di una crisi economica ormai irrefrenabile. La borsa di Milano sta crollando miseramente, rimangiandosi tutti i guadagni degli ultimi 3 anni e i nostri parlamentari decidono di fuggire, scappare al mare, alle isole, in montagna, a godersi l’immeritato assegno e a sognare il vergognoso vitalizio.

Questo parlamento non mi rappresenta più. Un’orda di mascalzoni in cravatta, corrotti e corruttori. Spero solo che ci restino, in vacanza, e che finalmente si possa (con una nuova legge elettorale) ridare al popolo la scelta costituzionale dei propri rappresentanti parlamentari. A meno che, con il parlamento vuoto, il popolo non approfitti a riprendersi i propri diritti in questa democrazia violata. Bisogna boicottarli e fare in modo che non tornino mai più a sedersi su quelle sedie dove hanno preso posto De Gasperi, Nenni e Togliatti.

Mi chiedo come si possa ancora sopportare tutto ciò in silenzio, assorbendo supinamente ogni tipo di sopruso. Ma forse “loro” non ricordano o non hanno mai saputo (vista l’ignoranza media del deputato italiano) che in altri tempi e altre terre le popolazioni stanche hanno sempre avuto la meglio sui governanti incapaci e arroganti.

——————

Aggiornamento del 5 agosto: Dopo essersi coperti di ridicolo per 3 giorni, duranti i quali la borsa di Milano ha perso oltre il 13%, qualcuno ha deciso che forse sarebbe stato meglio lavorare rapidamente ai rimedi di una situazione vicina al collasso piuttosto che andarsene in vacanza. Ravvedimento? No, rischio di rivoluzione. Bene, quest’anno quindi saremo in molti in città ad agosto…

Read Full Post »

Spicy Coconut è un cortometraggio realizzato in due episodi, recentemente pubblicato su Vimeo. Completamente girato nella regione sud-occidentale dello Sri Lanka a cavallo tra dicembre e gennaio scorsi, i due capitoli sono tutti da vedere per chi ama la natura, il mare, il surf da onda e la poesia.

Oltre a rappresentare un eccellente lavoro di tecnica di montaggio, Spicy Coconut ci porta nelle serene atmosfere della cultura cingalese, distante anni luce dalle convulse giornate nelle nostre città occidentali.

Le immagini riescono a cogliere la semplicità di un vivere in equilibrio tra la foresta e il mare, in un abbraccio costante della natura. Questi sono i luoghi dove il terribile evento di tsunami del 2005 ha distrutto le case e le abitazioni, trascinando con sé vite umane e le poche cose di cui questo popolo disponeva. Nonostante ciò, questa gente riesce ancora a esprimere uno sguardo di felicità e speranza nel mondo, ma soprattutto di rispetto nei confronti di una prorompente forza della natura.

È tra le onde di Hikkaduwa e dei suoi dintorni che i giovani surfisti di Spicy Coconut hanno saputo ritrovare ciò che in Europa hanno cercato a lungo… e non si tratta solo di onde oceaniche.

Vedi i due episodi su Vimeo:

.

Read Full Post »

Il tempo scorre in modo diverso per alcuni di noi, seppure l’uomo abbia artatamente voluto codificarne una misura universale per tutti. La misura, le grandezze cosiddette misurabili, hanno chiuso le nostre emozioni in ineludibili conchiglie virtuali. Certo, è sotto gli occhi di tutti che il peschereccio di Ciro Saporito misura esattamente la distanza tra due bitte fisse sul nostro molo, e non c’è dubbio su questo. La misura dello spazio sembra essere più umanamente accettabile. Ma a quanti di voi sarà capitato alla fine di una giornata di avere l’esatta cognizione che da quella particolare alba a quel tramonto fosse passato molto più tempo rispetto a quello del giorno prima? Oppure la palese differenza che esiste – in termini di scorrere del tempo – tra una settimana passata a letto con l’influenza e una trascorsa in un’intensa attività di lavoro o di piacere?

Quando i giorni passano uno uguale all’altro, nel voltarci indietro a ricordarli ci appaiono tutti indistinguibili fra loro e non riusciamo più a misurarli, non c’è alcuna differenza tra un’ora e l’altra, e la più piccola definibile unità temporale è il giorno nella sua totalità: il tempo sembra perciò avere accelerato il suo rintocco. Ma ecco invece che della settimana di avvenimenti frenetici riusciamo a ricordare ogni giorno, addirittura ogni ora di ciascuno di essi, con riferimenti precisi e molto chiari, tanto che ci sembra di riuscire a spezzettare il tempo e ogni suo singolo istante in infinite particelle ciascuna degna di propria dignità: abbiamo rallentato l’inesorabile flusso di chicchi dell’orologio a sabbia e siamo riusciti ad apprezzarne ogni minuscolo granello.

Sono perciò i fatti e gli avvenimenti il nostro organo di percezione del passare del tempo. Più densi sono questi, più lentamente scorrerà la nostra clessidra.

(Tratto da Hermann e SvevaAcquista una copia)

Read Full Post »

Ciao, ubuntu-it!

Circa sette anni fa la distribuzione Linux denominata “Ubuntu” stava nascendo e la platea degli utenti mostrava rapidamente una forte reazione positiva: il messaggio di Ubuntu non era più un messaggio puramente tecnico, ma sconfinava nella filosofia – o perlomeno nell’etica – focalizzando l’obiettivo sulla lealtà e sulle relazione reciproche. Umuntu ngumuntu ngabantu, “io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”.

Verso la fine dello stesso anno (2004), insieme a tre amici e colleghi, abbiamo fondato la comunità italiana di supporto a Ubuntu: Ubuntu-it. Sono stati anni di grande lavoro e di altrettanta soddisfazione: ritagliando spazi al nostro tempo libero, si era riusciti a creare una forte aggregazione attorno al sistema operativo, fornendo strumenti di supporto indispensabili e – soprattutto – assolutamente liberi a gratuiti.

Sono trascorsi sette anni da quel momento e la piccola macchina avviata nel 2004 è diventata oggi un grande meccanismo coordinato da oltre dieci gruppi tematici che lavorano in perfetto sincronismo tra loro, fornendo agli utenti un servizio di prima qualità e contribuendo – insieme alle altre comunità internazionali – al raggiungimento del prestigioso obiettivo che ha consacrato Ubuntu come primo Desktop linux in termini di numero di installazioni nel mondo. Data la complessità della struttura da gestire, il Consiglio della comunità ubuntu-it è stato esteso a sette membri elettivi, assegnando ai padri fondatori un ruolo di membro permanente, senza scadenza di mandato.

Contemporaneamente alla rapida affermazione di Ubuntu nel mondo si è però assistito a un graduale passaggio in secondo piano del messaggio etico-filosofico iniziale. Sul sito ubuntu.com (e recentemente anche su ubuntu-it.org) il significato intrinseco del termine è scomparso oppure è stato portato così in secondo piano che non si riesce più a trovare. Ciò che era nato con un’idea che andava oltre la tecnologia, sembra essere stato ormai abbandonato come un vecchio messaggio di marketing. Il nuovo stile adottato dal sito di ubuntu-it addirittura ha abbandonato la personalizzazione “ubuntu-it” nella testata per lasciare posto al solo nome “ubuntu” sovrapposto a una minuscola e quasi illeggibile “comunità italiana“, laddove era forse più importante mettere in risalto invece proprio l’identità e l’autonomia della nostra struttura, piuttosto che trasmettere un messaggio di incondizionata fidelizzazione. Ma i lavori di rifacimento dello stile del sito sono stati svolti in un clima concitato e invaso di ebbrezza del nuovo, che ha portato a una mera duplicazione dello stesso messaggio commerciale lanciato dal sito “madre“. Un tempo eravamo un popolo di poeti… oggi siamo una colonia.

A questo si aggiunge anche la mia personale delusione sulle politiche Open Source, sulle scelte tecniche e su quelle commerciali di Canonical Ltd (la società è registrata nell’Isola di Man, una no-tax area!), ma questo è un altro discorso, non è il tema di questa riflessione.

Infatti, il principale oggetto di questo post è la mia recente decisione di rinunciare al ruolo di “consigliere a vita” di ubuntu-it, lasciando il Consiglio. Sette anni sono stati lunghi e sicuramente gratificanti per aver contribuito a portare ubuntu-it verso una fra le comunità più organizzate nel mondo Ubuntu, ma adesso è il momento di lasciare spazio ai giovani. Sono infatti apparse nuove idee, nuove interpretazioni, energie sicuramente più fresche, pertanto ritengo fondamentale saper cogliere il momento di fare un passo indietro quando necessario e lasciare un posto libero nel Consiglio per un giovane dotato di rinnovato entusiasmo.

Ma – soprattutto – ritengo conclusa la mia missione iniziata nel 2004: Ubuntu si è affermato con grande decisione e la comunità italiana è cresciuta e stabilizzata. Oggi non si tratta più di costruire l’impalcatura di sostegno per un sistema operativo alternativo a Windows, ma di mantenerla solida, coordinata e flessibile. Auguro quindi un buon lavoro a tutti gli amici e colleghi di quest’avventura, raccomandando loro di non perdere mai l’identità che abbiamo costruito insieme con grande impegno durante questi anni e di tenere sempre bene in vista l’esile linea di confine che separa le attività di volontariato per l’open-source/free-software dal marketing gratuito a favore dello sponsor commerciale.

Grazie a tutti.

Read Full Post »

La mia decisione di non essere presente su Facebook, fin dall’inizio della sua attività, mi ha portato recentemente a dover affrontare situazioni imbarazzanti con gli amici. Mi sono addirittura dovuto difendere da velate quanto improprie accuse di atteggiamenti di snobismo, nonostante la mia sincera prevenzione verso le attività del network cosiddetto “social”.

Ma quanto è social questo network?

Avete mai perso qualche minuto a leggere la pagina della Normativa sulla Privacy di Facebook? Vi consiglio di farlo. Sono 6411 parole (più di quelle contenute nella Costituzione degli Stati Uniti e circa la metà di quelle della Costituzione Italiana). Nel 2005 questa normativa era molto ridotta (circa 1000 parole), ma negli ultimi anni è cresciuta esponenzialmente e insieme a essa anche gli interessi di Facebook nei confronti del vostro privato.

Facebook esiste per fare soldi vendendo agli inserzionisti tutti i mezzi sempre più precisi e dettagliati per raggiungervi, per studiare i vostri interessi e per catturarvi nella rete del loro marketing. I dati personali di ciascuno di noi (interessi, foto, opinioni, pensieri, intenzioni di acquisto, ecc) rappresentano merce preziosissima per le multinazionali della pubblicità, e il loro valore è tanto più elevato quanto più intime sono le informazioni in esse contenute. Ecco perché la necessità di una lunghissima e complessa normativa sulla privacy: rendere il documento scarsamente comprensibile all’utente disattento per evitare quanto più possibile la comprensione dello stesso, per mascherare effettivamente cosa l’utente stia consegnando nelle mani di Facebook.

Posso certamente ammirare tecnicamente il fondatore Mark Zuckerberg, ma non condividerne il cinismo e la spietata mancanza di etica.

I giovani rappresentano la categoria esposta a maggior rischio su Facebook. Quanti errori si fanno da giovani? Ne feci certamente anch’io: una parola sbagliata, un’opinione testarda giustificata solo da una posizione di orgoglio di adolescente, il perseguimento di un pensiero causato unicamente dal lasciarsi trascinare dall’onda della condivisione con il gruppo. Nell’era di Facebook e YouTube, qualunque cosa un giovane dica lo seguirà certamente per tutto il corso della sua vita e sarà sempre più difficile reinventarsi, tornare criticamente sulle proprie posizioni ovvero maturare la giusta saggezza dell’età adulta. Ogni frase pubblicata su Facebook potrebbe potenzialmente tornare ad assumere nuova vitalità negli anni, sarà per sempre scolpita all’interno del suo profilo violato dal network, restringendo senza appello lo spazio necessario all’autonoma crescita dell’individuo.

Per capire meglio quante informazioni personali gli utenti di Facebook mettono inavvertitamente a disposizione di chiunque, un gruppo di programmatori ha realizzato il sito Openbook. Provate ad accedervi e a digitare, per esempio, la frase “il mio nuovo numero di telefono”.

Nella sola prima pagina di ricerca ho trovato 6 numeri di telefono personali.

Tra qualche giorno andremo a votare un referendum per mantenere libera l’acqua che beviamo. Sarà giusto farlo. Ma perché poi lasciamo volontariamente che il mostro del business privatizzi i nostri pensieri, le nostre parole, il nostro mondo intimo, la nostra propria identità?

Read Full Post »

Older Posts »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 69 follower