La mia decisione di non essere presente su Facebook, fin dall’inizio della sua attività, mi ha portato recentemente a dover affrontare situazioni imbarazzanti con gli amici. Mi sono addirittura dovuto difendere da velate quanto improprie accuse di atteggiamenti di snobismo, nonostante la mia sincera prevenzione verso le attività del network cosiddetto “social”.
Ma quanto è social questo network?
Avete mai perso qualche minuto a leggere la pagina della Normativa sulla Privacy di Facebook? Vi consiglio di farlo. Sono 6411 parole (più di quelle contenute nella Costituzione degli Stati Uniti e circa la metà di quelle della Costituzione Italiana). Nel 2005 questa normativa era molto ridotta (circa 1000 parole), ma negli ultimi anni è cresciuta esponenzialmente e insieme a essa anche gli interessi di Facebook nei confronti del vostro privato.
Facebook esiste per fare soldi vendendo agli inserzionisti tutti i mezzi sempre più precisi e dettagliati per raggiungervi, per studiare i vostri interessi e per catturarvi nella rete del loro marketing. I dati personali di ciascuno di noi (interessi, foto, opinioni, pensieri, intenzioni di acquisto, ecc) rappresentano merce preziosissima per le multinazionali della pubblicità, e il loro valore è tanto più elevato quanto più intime sono le informazioni in esse contenute. Ecco perché la necessità di una lunghissima e complessa normativa sulla privacy: rendere il documento scarsamente comprensibile all’utente disattento per evitare quanto più possibile la comprensione dello stesso, per mascherare effettivamente cosa l’utente stia consegnando nelle mani di Facebook.
Posso certamente ammirare tecnicamente il fondatore Mark Zuckerberg, ma non condividerne il cinismo e la spietata mancanza di etica.
I giovani rappresentano la categoria esposta a maggior rischio su Facebook. Quanti errori si fanno da giovani? Ne feci certamente anch’io: una parola sbagliata, un’opinione testarda giustificata solo da una posizione di orgoglio di adolescente, il perseguimento di un pensiero causato unicamente dal lasciarsi trascinare dall’onda della condivisione con il gruppo. Nell’era di Facebook e YouTube, qualunque cosa un giovane dica lo seguirà certamente per tutto il corso della sua vita e sarà sempre più difficile reinventarsi, tornare criticamente sulle proprie posizioni ovvero maturare la giusta saggezza dell’età adulta. Ogni frase pubblicata su Facebook potrebbe potenzialmente tornare ad assumere nuova vitalità negli anni, sarà per sempre scolpita all’interno del suo profilo violato dal network, restringendo senza appello lo spazio necessario all’autonoma crescita dell’individuo.
Per capire meglio quante informazioni personali gli utenti di Facebook mettono inavvertitamente a disposizione di chiunque, un gruppo di programmatori ha realizzato il sito Openbook. Provate ad accedervi e a digitare, per esempio, la frase “il mio nuovo numero di telefono”.
Nella sola prima pagina di ricerca ho trovato 6 numeri di telefono personali.
Tra qualche giorno andremo a votare un referendum per mantenere libera l’acqua che beviamo. Sarà giusto farlo. Ma perché poi lasciamo volontariamente che il mostro del business privatizzi i nostri pensieri, le nostre parole, il nostro mondo intimo, la nostra propria identità?


Sono perfettamente d’accordo.
Caro Fabio,
spesso sono stato d’accordo con te su scelte anche importanti, altre volte, come questa, non lo sono.
Non sono d’accordo non perchè Facebook non sia un mostro figlio del capitalismo rampante e fuori controllo che sta fagocitando voracemente dati personali e pezzi di vita vissuta di tutti noi, ma solo perchè come ogni tecnologia prima di essere usata andrebbe capita e valutata.
Rifiutare l’uso di strumenti come la televisione o la radio oggi è anacronistico, eppure tutti noi siamo consci che le televisioni esistono con l’unico scopo di propinarci degli spot e in ultima analisi per condizionare le nostre scelte d’acquisto o elettorali.
Facebook e gli altri strumenti social (di cui io non sono in assoluto un sostenitore sfegatato) una volta capiti nei loro limiti e funzionalità, possono essere usati con un minimo di sicurezza. La gestione delle funzionalità di privacy è sostanziale.
Concordo con te che purtroppo non sempre questo avviene, e molta gente, particolarmente i giovani, ignorano le minime regole del buonsenso e fanno a gara a chi ha più “amici”, divulgando a perfetti sconosciuti informazioni sulla loro vita privata che farebbero meglio ad evitare.
Concludendo: invece che rifugire uno strumento come Facebook, io mi focalizzerei nel far si che la gente sappia cosa sta usando e come lo sta facendo.
Corrado,
certamente il suggerimento da te indicato sarebbe il minimo accorgimento da tenere presente quando ci si avvicina a questi strumenti, ma – appunto – troppo spesso gli adolescenti si gettano a capofitto in questo genere di attività estremamente invasive dell’area privata. Molto più invasive della TV.
In ogni caso, come suggerito dal mio link e da te condiviso, è bene leggersi la “normativa sulla privacy” di Facebook!
Grazie per l’intervento.
Ciao,
l’argomento mi ha sempre intrigato. Fin da quando a casa mia è entrato un modem 33.6 Kbps ho sempre colto con entusiasmo la possibilità di poter comunicare e condividere con altri interessi e opinioni. Dai gruppi su usenet ai forum fino ad arrivare ai siti di social networking. Sempre però usando un bel nickname, mi piaceva essere Actarus sul forum dei manga giapponesi e Fadiesis su it.arti.musica.spartiti. Libero di rivelare a mio piacimento la mia identità reale agli amici su internet e quella di fantasia a quelli in carne ed ossa. E tante volte amici virtuali son diventati anche amici reali e viceversa. Il tutto sempre in piena libertà, eventualmente anche di sparire per sempre.
Davanti a Facebook mi son fermato chiedendomi quale potesse essere il valore aggiunto di metterci in più nome e cognome. E giro a Voi la domanda. Mi vengono in mente solo due cose: 1)essere trovati da vecchi amici. 2)Far si che persone che ancora non ci conoscono bene possano avere un mezzo per potersi fare un’idea con poco sforzo.
Sinceramente nessuna delle due mi sembra una buona ragione.
Capisco le ragioni commerciali dei proprietari di Facebook, ma in cambio dei miei dati anagrafici cosa mi viene offerto che non c’era già?